Michael Mayo per i più distratti

Inutile girarci intorno: la masterclass che Michael Mayo terrà presso il Saint Louis sabato 19 marzo a partire dalle ore 15 è uno degli eventi dell’anno.

Perché? Risposta facile: perché questo ragazzo ventottenne è il presente e il futuro del canto black: totalmente a suo agio nel jazz, come nel neo-soul (ammesso che una musica chiamata in questo modo esista davvero: citofonare D’Angelo per saperne di più), capace di districarsi tra acrobazie vocali, loop, il pop più sofisticato con una naturalezza, una tecnica e una capacità comunicativa assolutamente sconcertanti.

Michael Mayo per i più distratti di lui, saprete già tutto (più o meno), se avete compulsato le scarne note biografiche che circolano in rete. E, probabilmente, avrete già ascoltato il suo recentissimo primo album, Bones, uscito pochi mesi fa, sebbene sia stato registrato nel 2019. Perciò, in questa prima puntata di approfondimento sull’arte vocale del giovin prodigio, ho pensato di proporvi una playlist per ascoltarlo in musiche altrui, in veste, dunque, di collaboratore/ospite: un’attività preziosa e ricca, qualitativamente altissima, che ci permette di seguirne, e meglio precisarne, le svolte stilistiche, l’audace versatilità, la capacità di calarsi in contesti anche apparentemente lontani.

Si inizia con tre brani tratti dall’ultimo, formidabile, lavoro di Nate Smith. Il quale non avrebbe bisogno di presentazione, sed melius abundare. Nate è uno dei più interessanti batteristi della generazione dei quarantenni (e qualcosa). Carriera intensa, segnata da una lunga collaborazione con Dave Holland, che però non gli ha impedito, tre anni fa, di incidere ed esibirsi con la band spin-off dei Vulfpeck, i Fearless Flyers: memorabile il loro concerto al Madison Square Garden.

Nel 2017, Nate ha inciso il suo primo disco solista, l’eccellente Kinfolk: Postcards from Everywhere . Dopo altri due lavori solistici, questo Kinkfolk 2: See the Birds, oltre a riallacciarsi idealmente al precedente, segna anche il suo ingresso nella label inglese Edition Record, ormai un marchio di assoluto riferimento nel mondo discografico del jazz.

In queste tracce Michael Mayo, oltre che con Joel Ross – vibrafonista geniale – si misura con Kokayi (all’anagrafe Carl Walker), una delle figure più rispettate nel panorama della black music contemporanea, grazie alla sua militanza da hip-hopper, ma anche al fianco di Steve Coleman o Ambrose Akinmusire.

A seguire due brani dei Kneebody, tra le cinque band più influenti del XXI secolo. Una musica, la loro, capace di inglobare con singolare coerenza il punk e il funk, il trip-hop e la jungle, il free e l’avanguardia, senza mai perdere d’occhio una certa rapace cantabilità, un certo minimalismo filtrato attraverso la lente della contemporaneità, e un impeto ritmico irresistibile. Non è un caso, allora, che By Fire sia la cover di un brano degli Hyatus Kaiyote, ai quali somigliano per la frenetica ricerca di soluzioni sempre nuove.

Dei Kneebody il sassofonista Ben Wendel è uno dei fondatori. Il musicista canadese è oggi uno dei più interessanti innovatori del linguaggio jazzistico. La sua ultima prova, pubblicata sempre da Edition Records (tenetene d’occhio il catalogo: ne vale la pena), è un’esplosiva prova di forza, sostenuta, oltre che da Mayo, da Nate Wood (batterista dei Kneebody), Gerald Clayton e Shai Maestro, piano e tastiere e Joe Sanders al contrabbasso.

Michael Mayo per i più distratti quello che Spotify non dice: Michael Mayo compare anche nell’ultimo, fantastico album di Carolina Bubbico, cantante e pianista pugliese, da almeno dieci anni presenza inconfondibile (e insostituibile) del jazz italiano al confine col pop più elegante e raffinato.

Grande conoscitrice della scena internazionale, Carolina – come ha confessato al vostro cronista – ebbe l’idea di mandargli una mail, aspettandosi un rifiuto netto. E invece, Michael non solo ha risposto, ma ha anche interpretato la sua parte in un italiano perfetto (di suo, parla già tre lingue). Un cameo eccezionale, in un disco di pari livello.

Mark Zaleski, oltre a essere un eccellente sassofonista, è anche un pregevolissimo bandleader e compositore. L’aver frequentato la scuola fondata da Dave Brubeck lo rende uno degli interpreti più raffinati di quel repertorio, al quale il disco è dedicato. Interessante il brano che ha scelto per coinvolgere il nostro Michael.
They Say I Look Like God fu scritto da Dave Brubeck e sua moglie Iola, per un lavoro a sostegno deo Movimento per i diritti civili, The Real Ambassadors. Nell’unica versione discografica esistente (un disco memorabile), il brano è cantato da Louis Armstrong, accompagnato da Lambert, Hendricks & Ross.

Si scrive Frei, ma si pronuncia “frai”. Addison Frei è un pianista ancora poco conosciuto, ma dalle capacità compositive eccellenti. Con Michael il sodalizio dura da molto, e il perché lo si percepisce sin dalle prime note. un musicista da tenere d’occhio.

Michael Mayo per i più distratti, per chiudere, non poteva mancare la band Shrek is Love, il cui repertorio è interamente dedicato alle avventure dell’orco più simpatico della cinematografia mondiale. Michael Mayo ne è co-leader.

Infine: la foro di Mayo che apre questo pezzo è stata scattata da Lauren Desberg, singolare figura di fotografa e cantante. Il suo “Twenty-first Century Problems” (2015), che il vostro cronista ha scoperto grazie a GeGè Telesforo, è una vera e propria gemma.

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